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“DOTT. GOOGLE” – FIDARSI, MA NON TROPPO

Tre risultati su dieci, quando si cerca di fare un’autodiagnosi online, sono inutili o portano fuori strada. Il pericolo “cybercondria”. Una ricerca su 20 riguarda la salute.

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Un piccolo malessere, un sintomo a prima vista inspiegabile, un disturbo di cui non si riesce a capire la causa. Oggi, per venirne a capo, prima ancora di andare dal medico di famiglia molti si rivolgono al “Dottor Google”: non bisogna prendere appuntamento, è gratis, è sempre disponibile. Peccato che spesso non ci azzecchi.

Come dimostra un’indagine di Guido Zuccon della Queensland University Tecnology Information Systems School di Brisbane, in Australia: i maggiori motori di ricerca online forniscono informazioni irrilevanti che non sono d’aiuto e possono portare ad autodiagnosi e “terapie fai da te scorrette”, causando perciò non pochi danni e facendo perfino ammalare di “cybercondria”.

Indagine sui motori di ricerca

L’argomento è di stretta attualità visto che, come riferisce Zuccon, il 35% degli adulti va sul web per la diagnosi di un disturbo e, stando alle rivelazioni di Google, su 100 miliardi di ricerche al mese 1 su 20 riguarda la salute.

Per capire a che cosa vada incontro chi usa internet come medico, Zuccon ha valutato efficacia ed appropriatezza delle risposte ad alcuni quesiti su temi medici inseriti su motori come Google o Bing: ad alcuni volontari ha fatto vedere foto di condizioni comuni come calvizie, itterizia, psoriasi chiedendo loro di digitare nella stringa per la ricerca le parole chiave che avrebbero scelto volendo saperne di più.

ipocondriaNel caso dell’itterizia, ad esempio, i partecipanti hanno cercato “occhi gialli”, “malattia oculare”, “la parte bianca dell’occhio diventa giallo-verde”. << Ebbene, appena tre dei primi dieci risultati emersi di volta in volta si sono rivelati davvero utili alla diagnosi fai da te, solo metà avevano una qualche rilevanza con la domanda – dice Zuccon -. Stando cosi le cose, molti continuano a brancolare fra miliardi di siti oppure si fanno andar bene informazioni scorrette, che possono provocare danni anziché essere utili >>.

Il pericolo “Cybercondria”

La “cybercondria” poi è dietro l’angolo: a furia di cercare sul web senza trovare una diagnosi soddisfacente, le preoccupazioni crescono e i dubbi pure. Si parte da sintomi banali, come un mal di testa da influenza, e man mano che si prosegue ci si convince di avere qualche malattia terribile al cervello.

<< Questo dipende in parte dai pregiudizi della persona, che si fa sopraffare dall’ansia e tende a prendere per buone le notizie peggiori, ma in parte è “colpa” anche del modo in cui lavorano i motori di ricerca: le pagine sui tumori al cervello sono più popolari di quelle sull’influenza per cui si viene inevitabilmente indirizzati verso le prime, sottolinea l’esperto.

cybercondria-620x350In sostanza, i motori di ricerca funzionano benissimo quando già sappiamo il nome di una malattia: se inseriamo “itterizia” anziché “la parte bianca dell’occhio diventa giallo-verde” otteniamo risultati molto più utili e focalizzati. Ciò significa che è sconsigliabile digitare sintomi alla cieca per capire da che cosa dipendano e arrivare all’autodiagnosi >>.


Zuccon e i suoi colleghi stanno cercando di mettere a punto metodi per far uscire in maggior evidenza i risultati più attinenti e validi, ad esempio tramite algoritmi che portino in cima alla lista le pagine che i consumatori hanno ritenuto più facili da capire e che siano al contempo corrette e rilevanti dal punto di vista medico. Nel frattempo meglio essere cauti e, magari, esporre al medico di base i propri sintomi anziché passare ore su Google. (E. Meli)

Fonte: Pubblicazione LILT “Prevenire Insieme”

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