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EPPUR SI DONA

Il dono spesso si nasconde nelle pieghe del nostro comportamento e neppure ce ne accorgiamo. Infatti, il nostro immaginario è spesso “colonizzato” dall’immagine del capitalismo liberista, dominato dall’homo economicus, razionale, egoista, che persegue il massimo profitto, con la minore spesa. In realtà, anche nell’Occidente (e ormai non solo) dominato dall’ideologia del “mercato” si celano forme di dono piuttosto diffuse.

Per dono non si intende il regalo a Natale e al compleanno, ma quella moltitudine di gesti e azioni, che noi facciamo senza pensare di ricavarne necessariamente qualcosa di materiale. Si va dall’offrire il caffè agli amici, con l’implicita convinzione che la prossima volta sarà uno di loro a farlo.
É così che si mantengono vive le relazioni, lasciando aperta la possibilità di contraccambiare.

Prendiamo il caso del Nord-est di casa nostra, celebrato quale esempio del boom della piccola industria, della cultura del lavoro, dell’ideologia capitalista convertita a livello familiare. In questa terra, che vanta i redditi medi più alti d’Italia, ci si attenderebbe di incontrare gente ossessionata dal lavoro e dal guadagno la quale passa il tempo a parlare di “schei” (soldi – ndr). In parte è senz’altro così, ma proprio qui, nella patria della famiglia trasformata in azienda, si riscontra la più elevata presenza di attività di volontariato. In una società che sembra avere posto l’ideale del guadagno e dell’ottimizzazione dei profitti in cima alla propria scala dei valori, ritroviamo numerose testimonianze di un impegno che non ha nulla di remunerativo, se analizzato in chiave utilitaristica.

Che cos’è l’azione di volontariato se non un dono offerto sotto forma di servizi? E che dire dei moltissimi «donatori» di sangue e di organi che consentono di salvare numerose vite, senza guadagno materiale alcuno?
Doniamo, a volte senza rendercene conto, perché ci sembra impossibile uscire dagli schemi dominanti.

Una delle forme più diffuse di dono è, appunto, il volontariato, anche se spesso non viene percepito come tale. In fondo che cos’è se non un donare il proprio tempo e le proprie competenze, senza essere ripagati materialmente?
Attenzione, «niente è meno gratuito del dono» ammoniva Marcel Mauss, grande etnologo francese e autore del celebre Saggio sul dono (1922).
Infatti, ogni dono prevede qualche cosa in cambio, ma a differenza dello scambio commerciale, non pone limiti di tempo né di modo in cui contraccambiare. Chi offre parte del suo tempo per aiutare gli altri, non si attende certamente di essere ripagato, ma la sua gratificazione sarà la convinzione di avere fatto la cosa giusta, di avere contribuito ad alleviare la sofferenza o la solitudine di un altro essere umano, meno fortunato.
Ecco la forza del dono, creare relazioni. Il dono è alla base di ogni comunità, è un gesto di riconoscimento nei confronti degli altri di grande valore.

Marco Aime


Nota Biografica:
Marco Aime è docente di antropologia culturale all’Università di Genova, saggista e scrittore.


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