Focus

Coronavirus

di Marco Aime

Siamo umani, tutti. E forse ce ne eravamo dimenticati o forse non ci pensavamo mai abbastanza. C’è voluto un esserino piccolo piccolo, invisibile a ricordarcelo. A ricordarci quanto siamo fragili, proprio noi, che ci eravamo arrogati il posto d’onore nel mondo, i dominatori. Noi che ci eravamo convinti di avere sottomesso la natura, di averla assorbita ai nostri bisogni e invece no, non è così. Sembra quasi che la natura abbia voluto lanciarci un segnale, un avvertimento: guardate che non potete continuare così. Chissà se sarà servito? Quando tutto questo sarà finito, e non sarà a breve termine, saremo capaci di riflettere sull’accaduto?

Il filosofo tedesco Hans Jonas sosteneva che troppe volte dobbiamo arrivare sull’orlo dell’abisso, per comprendere la vera grandezza del problema. Dobbiamo avere paura della catastrofe per renderci davvero conto di cosa sta accadendo attorno a noi. Di solito siamo troppo indaffarati ad arricchirci, a consumare, a competere con gli altri e cose del genere. Se la paura di cadere nell’abisso servisse anche questa volta a farci ripensare l’intero sistema che abbiamo messo in piedi, che causa sempre più disuguaglianze e tensioni, allora non tutto sarà stato inutile.

Così come non sarà stato inutile comprendere finalmente, che siamo un’unica specie umana, altro dato che spesso dimentichiamo e che il covid19 sembra volerci far ricordare a tutti i costi. Infatti, colpisce tutti, senza distinzione di colore, presunta razza, nazionalità. Abbatte in un istante tutte le barriere, i confini, i muri che abbiamo eretto per dividerci gli uni dagli altri, le trapassa e colpisce indistintamente. A nulla valgono le gerarchie.

È questa l’altra grande lezione che dovremmo imparare da questi mesi tristi. Vedere, invece, politicanti di diverse parti del mondo rinchiudersi nei propri egoismi, tentare di sottrarre risorse fondamentali ad altri paesi, speculare politicamente su questa tragedia è uno spettacolo davvero avvilente. Non dovremmo permetterlo e permettercelo. Ricordiamoci di tutto questo, il giorno in cui potremo di nuovo uscire liberamente per strada e riabbracciare gli amici. Che ci rimangano impressi questi giorni per non ricadere nuovamente nella stessa trappola. La pandemia ha creato una “sospensione” nelle vite di tutti, come se il tempo si fosse fermato e questa sospensione, sebbene impostaci, potrebbe essere un’occasione per riflettere sui nostri errori, sul rapporto che abbiamo instaurato con l’ambiente in cui viviamo e su cosa fare nel futuro immediato.

Siamo tutti passeggeri di un unico treno e possiamo farlo ripartire come prima, senza cambiare nulla, andando incontro al disastro ambientale peraltro già annunciato; possiamo addirittura accelerare, fidandoci ciecamente che la nostra scienza sarà in grado di risolvere ogni problema: potremo vivere in una “tecnosfera” sempre più artificiale, oppure potremmo uscire fuori cambiando modo di pensare. Quando parliamo di “ambiente”, “natura” lo facciamo come se parlassimo di qualcosa che sta di fronte ai nostri occhi, come un paesaggio. Perché non riusciamo a comprendere che noi siamo dentro quel paesaggio, ne siamo parte, siamo ambiente, siamo natura.

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Recita un adagio dei nativi americani: “La terra su cui viviamo non ci è stata lasciata in eredità dai nostri padri, ma ci è stata data in prestito dai nostri figli”. Per questo dovremmo sentirci responsabili di ogni nostro gesto così come dovremmo prendere in considerazione le conseguenze future delle nostre scelte e dei nostri atti. Il senso di responsabilità è il fondamento della salvaguardia e della sopravvivenza dell’essere e dell’umanità. Come suggerisce ancora Hans Jonas: “Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una ricca vita relazionale tra gli esseri umani e più in generale tra gli esseri viventi e non ancora viventi”. 

La pandemia ci ha posto di fronte a un interrogativo fondamentale al quale non possiamo non dare risposta. Possiamo davvero fare a meno di esaminare le prospettive del nostro avvenire e rinunciare all’idea di un’azione collettiva orientata da un orizzonte di senso? Sentiamo ripetere da più parti che nulla sarà più come prima, che il mondo non sarà più lo stesso: bene, facciamo che sia migliore. 

Fotografie: Marco Aime
Vignette: @vitadavignetta



Marco Aime
è docente di antropologia culturale all’Università di Genova,
saggista e scrittore.



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