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Giovanni Accardo intervista Lanfranco Caminiti

“SENZA” di Lanfranco Caminiti (minimum fax 2021) è l’intenso racconto di una malattia incurabile che ha colpito la moglie, scritto in modo asciutto ed essenziale, privo di qualunque caduta retorica, ma allo stesso tempo emozionante e coinvolgente. Il libro, sebbene autobiografico, ha la forza espressiva di un romanzo, per la cura linguistica e la capacità di descrivere con profondità e precisione sentimenti e stati d’animo in cui, chi ha vissuto un’esperienza simile, non faticherà a riconoscersi. Un libro fatto di ricordi e di domande per trovare il senso a un dolore travolgente. 
Ringraziamo l’autore per avere accettato di rispondere alle nostre domande.

Lanfranco Caminiti è giornalista, saggista e narratore, collabora con quotidiani e riviste, ha pubblicato libri di storia e racconti con diverse case editrici.

Quali ragioni, a parte quelle personali, l’hanno spinta a scrivere questo libro e quanto tempo c’è voluto per farlo e trovare la forma giusta?

Per circa sette anni ho raccolto note, pensieri, frasi che mi venivano sollecitate dalla lettura di altre “perdite”. Per scriverlo ci ho messo circa sei mesi. La forma “frammentaria” è rimasta. Poi, c’è stato un lavoro di editing. La ragione principale era far conoscere Paola – frapporsi alla sua perdita al mondo.

Il libro è il racconto di una lunga e appassionata storia d’amore e al contempo il racconto di un grande dolore per la morte della moglie, come vorrebbe che venisse letto? Come un romanzo? Come una testimonianza? O forse per dire a chi non c’è più tutte quelle parole che non c’è stato tempo di dire?

Rimane soprattutto il racconto della costruzione di un amore e le parole per dirlo sono un tentativo di tenerlo accanto a me, fino alla fine.

La malattia è stato un percorso molto concreto, vissuto nel corpo, così come la morte, con tutte le necessità pratiche che ne conseguono, a cominciare dalla scelta della bara. Quanto la concretezza aiuta a stare nella realtà e dunque a non lasciarsi sopraffare dal dolore?

La malattia detta la scansione del tempo, come la morte e il lutto hanno la loro ritualità. Eseguire i compiti che l’una e gli altri ti dettano è un modo per non restarne sommerso, per non andare alla deriva, per restare qui e ora.

L’elaborazione del lutto e prima ancora della malattia è fatta di domande, a cominciare da quella in cui si chiede se Dio aveva un disegno per Paola. Come si elabora un lutto? Cosa le è stato di aiuto?

Io non credo che esista “elaborazione” della malattia e del lutto – vissuti come una ingiustizia della vita contro la quale sei impotente. E il tuo urlo contro il mondo, contro Dio, rimane in gola. Esiste, semmai, una distanza dagli accadimenti, che è progressiva, minuta e minuziosa. Ma “l’abuso” che hai subito, quello non può mai essere cancellato.

In Calabria, dove Paola è morta, così come in molta parte del Sud, ancora oggi la morte e il lutto sono un fatto collettivo, amici e parenti portano da mangiare ai familiari, danno sostegno. Però a un certo punto, pur apprezzando questi gesti di affetto, lei vorrebbe silenzio e solitudine.

C’è una “lingua del lutto” che è fatta di consolazione e distrazione – i modi e le frasi che, appunto, si fanno e si dicono in queste circostanze. E tu invece vuoi scivolare nella tua disperazione e concentrarti sulla consapevolezza che sei solo al mondo.

Sollecitata da un’amica, lei riflette sulla differenza sociale tra il vedovo e la vedova, in cosa consiste la differenza?

Forse nel fatto che è considerato “naturale” – data la maggiore longevità – che una donna rimanga senza compagno, mentre è considerato “fuori statistica” che accada l’incontrario. Forse anche nel fatto “biologico” che il tempo della riproduzione femminile finisce mentre quello dell’uomo, almeno potenzialmente, no – e quindi se la vedova è una figura naturalmente “compiuta”, il vedovo è una figura “imperfetta”. Ciò significa anche la considerazione che mentre la vedova è una figura “forte”, il vedovo è una figura “debole”.

Che cos’è il Fondo librario Paola Albanese?

Paola era una lettrice “per missione”. Ho chiesto ai nostri amici di inviarmi qualche libro e qualcuno è uscito dalla biblioteca di casa – e così abbiamo costituito il primo nucleo del Fondo che poi abbiamo donato alla Biblioteca comunale del paese. Pian piano – con donazioni annuali – il Fondo è cresciuto: sono libri di autrici o in cui i personaggi principali sono femminili o le questioni che vengono affrontate sono di genere, spaziando dalla narrativa classica al giallo alla sociologia. Sono consultabili sia nel Sistema provinciale bibliotecario che in quello nazionale. Per qualche anno abbiamo anche fatto un concorso tra gli studenti della provincia, in cui si premiavano i ragazzi che prendevano in prestito un libro del Fondo e ne scrivevano una recensione.





Giovanni Accardo
è nato in Sicilia nel 1962 e vive a Bolzano, dove insegna in un liceo, dirige la scuola di scrittura creativa Le Scimmie, collabora con il quotidiano “Alto Adige” e fa parte del comitato scientifico del Seminario Internazionale sul Romanzo (Dipartimento di Lettere e Filosofia, Università di Trento)


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